EasyJoint, i sei mesi che sconvolsero un mondo.

Intervento di Luca Marola tenuto il 18 novembre al convegno di FederCanapa presso il Salone Internazionale della Canapa di Milano

Sono passati sei mesi dalla fragorosa entrata sulla scena di EasyJoint e non vi è un’occasione migliore di questa, al Salone Internazionale della Canapa a Milano tra le conferenze patrocinate da FederCanapa, per analizzare gli effetti del fenomeno agricolo, sociale, commerciale, mediatico e di costume che abbiamo innescato e rappresentiamo da Maggio scorso.

Il mio intervento cercherà di toccare tre momenti: il perché della nascita di EasyJoint ossia dell’inizio del commercio di fiori di canapa agricola su larga scala, il come abbiamo reso tale fenomeno così d’impatto e generalizzato, cosa ci aspetta in futuro.

Innanzitutto mi è d’obbligo una premessa, fondamentale per inquadrare la vera natura del progetto.

Spesso, nella Storia, i grandi cambiamenti generati nei vari ambiti, avvengono perché qualcuno, estraneo all’ambiente, osserva e reinterpreta in modo originale perché non imprigionato dalle prassi, dalle tradizioni, dalle consuetudini. Scevro da preconcetti o dal “è così che si deve fare”, applica metodi e regole diverse generando cortocircuiti in tutto il sistema e quindi innovazione. E così è anche per il gruppo che ha concepito EasyJoint, solo in minima parte legato al mondo della canapicoltura italiana, capace di interpretare in modo assolutamente originale, le prassi applicate in questo ambiente. L’eccezione, la diversità, che sovverte la norma.

Durante l’iter di discussione della legge a tutela della filiera della canapa, notammo come ogni riferimento alle infiorescenze fosse stato accuratamente eliminato per garantire comunque una facile approvazione e con l’unanimità. Le infiorescenze furono quindi sacrificate, con il beneplacito di tutti, sull’altare della realpolitik.

Qui, a causa di questa rimozione, ha preso l’avvio il progetto della valorizzazione e commercializzazione delle infiorescenze di canapa agricola.

Una legge monca, che espelle dal diritto un terzo della pianta di canapa, relegandolo a figlio di un dio minore perché troppo simile alla marijuana, ha visto la luce. Una buona legge, nell’intenzione dei proponenti, diventa un mostriciattolo a causa dell’ossessione anti cannabis di un qualche esponente parlamentare di centro.

Come incarnare il nostro dissenso verso questo genere di rimozione? Come cercare, come singoli, di ribaltare il tavolo del gioco, sabotare quell’unanimità di calcolo e convenienza e riaprire la partita?

Il diritto quasi sempre è la proiezione in termini di norme della coscienza politico-sociale di un determinato gruppo di persone in un dato contesto spazio-temporale, e quindi muta con il variare della sensibilità sociale, seppure in ritardo rispetto ad essa. Ed è proprio poggiandoci sulla definizione di diritto che abbiamo deciso di forzare la normativa iniziando a commercializzare fiore di canapa quando la legge non ne riconosce la possibilità.

La disobbedienza civile applicata alla filiera della canapa.

La disobbedienza è l’altra faccia della medaglia della partecipazione attiva alla vita politica dello Stato. Ecco perché EasyJoint è un progetto politico prima di qualunque altra aggettivazione. E’ un progetto per la filiera della canapa ma non della filiera della canapa. Da qui la difficoltà di molti attori della canapicoltura nel riconoscere la nostra presenza nonchè alterità. La disobbedienza civile si mette in atto quando l’individuo si sente “tradito” nei suoi valori democratici, o quando vede erosi i suoi diritti da atti che ritiene giuridicamente illegali o, anche se giuridicamente legali, moralmente illegali, secondo una concezione laica di coscienza, intesa come capacità di discernere ciò che è giusto da ciò che non lo è. E’ stato ingiusto, oltre che imbecille, estirpare i fiori di canapa dalla legge sulla canapa.

Il nostro dissenso è andato a colmare il vuoto di iniziativa istituzionale delle associazioni di categoria concretizzandosi nella volontà dichiarata e praticata di commercializzare quel che la legge non permette, assumendocene ovviamente tutte le conseguenze.

La disobbedienza civile è un modo per manifestare dissenso senza porsi in lotta frontale contro lo Stato: è una mancata uniformazione alla norma imposta, spesso ben più destabilizzante di una lotta armata, giacché crea molto più consenso proprio per lo spirito libertario da cui trae origine. La disobbedienza civile è politica e non può non esserlo: è l’ultimo baluardo della resistenza individuale esercitata in modo non violento, la più democratica manifestazione di dissenso contro la prevaricazione e l’ingerenza dello Stato nella vita e nella coscienza del singolo. Disobbedire ad una legge o ad un ordine ingiusti può innescare un processo di riforma che né la democrazia istituzionale paralizzata né la rivoluzione distruttiva sono in grado di generare. Disobbedire civilmente è lo strumento indispensabile per chi vuole migliorare il sistema senza distruggere tutto, per chi vuole, alla fine, aiutare le istituzioni in cui si riconosce a rimediare ad un proprio errore.

Per far sì che la disobbedienza non sia un mero atto situazionista, servono determinati ingredienti: la conoscenza pubblica della disobbedienza e la reazione istituzionale.

Nel progetto EasyJoint entrambi gli ingredienti sono presenti: dall’11 maggio, battesimo pubblico del progetto, ad oggi sono stati pubblicati oltre 240 articoli sui media nazionali, realizzate una ventina di interviste radiofoniche e 5 servizi televisivi. 1,4 notizie su EasyJoint al giorno. Pensateci bene e cercate un fenomeno più mediatico di questo, per intensità e durata.

Un’attenzione mediatica di questa entità, cercata, alimentata, governata così efficacemente, ha innescato il processo distruttivo e, al tempo stesso, creativo, che stiamo tutti vivendo. Abbiamo da subito voluto condividere il successo con chiunque fosse del settore. Ricordo: siamo un progetto per l’agricoltura anche se non proviene dall’ambiente agricolo. Vittime del nostro stesso successo, abbiamo accettato il valore commerciale delle infiorescenze, senza contrastarlo. Attribuire un valore economico ad un prodotto agricolo che fino a quel momento, a causa della legge, non l’aveva, era fondamentale per trasformare un assolo in una polifonia. Con la nascita del progetto EasyJoint abbiamo voluto dimostrare come una importante porzione di pianta, circa il 30% sul totale, ignorata dalla normativa, possa diventare la porzione in grado di sostenere economicamente l’intera filiera, generare risorse, occupazione, ammodernamento della filiera stessa.

Abbiamo dato un valore economico ad un prodotto che, a causa dell’assenza di normativa, era considerato uno scarto fino a renderlo il più remunerativo tra i prodotti derivati dalla coltivazione di canapa.

A differenza di tutti i nostri competitor, da sempre dichiariamo e pratichiamo la vendita di fiore di canapa proveniente dalla filiera italiana.

Oggi stiamo assistendo all’immissione sul mercato di infiorescenze provenienti dall’estero, Svizzera soprattutto.

Che sia chiaro: il fiore svizzero che attraversa le frontiere a causa di gente senza scrupoli che vuol fare due soldi è ILLECITO in quanto non proveniente da piantagioni di canapa certificata e presente nel Registro Europeo delle sementi coltivabili, ILLEGALE perché con un contenuto di THC superiore allo 0,2% e quindi per la legge italiana è stupefacente con tutti i rischi legali per rivenditori e consumatori finali che ne conseguono, STRONZO perché tale invasione impedisce lo sviluppo di una filiera italiana ancora tutta da costruire.

Nulla è più come prima dell’11 maggio. Il panorama del mondo della canapicoltura è mutato, dell’agricoltura nel suo complesso, delle reti commerciali di rivendita, dell’approccio dei media mainstream, della percezione pubblica.

Come dopo un terremoto.

La differenza sostanziale è che il terremoto porta sì un cambiamento duraturo all’ambiente ma dopo una singola perturbazione limitata nel tempo da un inizio ed una fine, il fenomeno tellurico innescato da EasyJoint ha una durata i cui effetti durevoli si svilupperanno per ancora tanto tempo. Noi riusciamo a prevedere e calcolare effetti significativi fino ad almeno novembre 2018.

E perché sia una disobbedienza civile serviva la risposta delle istituzioni. Una prima vi fu a luglio. Se noi fossimo stati così efficaci, avremmo avuto buone possibilità di impedire la messa della pietra tombale sulla partita in gioco ossia la pubblicazione dei decreti attuativi previsti per metà di luglio. Ci piace pensare che lo sconquasso orchestrato, la dirompente immissione delle infiorescenze nel settore della canapicoltura e la conseguente, solo conseguente, presa  d’atto del cambiamento in corso delle associazioni rappresentanti la categoria siano stati determinanti per sabotare la pubblicazione dei decreti stessi.

L’altra risposta, accolta con brindisi ed aperitivi a fiumi, si è concretizzata con l’invio dei NAS in tutti i nostri negozi di rivendita per la campionatura ed analisi dei prodotti nonché, in 16 casi su 100, il sequestro dei barattoli per etichetta non conforme in quanto mancante della destinazione d’uso.

Tale destinazione d’uso ora è impossibile perché la legge non definisce nulla circa le infiorescenze, men che meno le finalità di coltivazione rendendole di fatto un prodotto non commercializzabile secondo il Testo Unico sul commercio. Non crediate alla nostra supercazzola dell’uso tecnico (che comunque ha retto bene), né a supercazzole meno eleganti quali profumazione d’ambienti o collezionismo.

L’obiettivo concepito a maggio è stato raggiunto.

Il campo di gioco della partita tra noi disobbedienti e le istituzioni è l’etichetta attraverso il confronto sulle possibili destinazioni d’uso. Molti avvocati, il famoso pool legale snobbato dalla maggior parte dei colleghi e delle aziende, si sta scaldando da allora ed è pronto, in punta di diritto, ad affrontare la partita decisiva.

Il futuro è presto descritto: iniziare l’interlocuzione con le istituzioni attraverso appelli e ricorsi da una parte e al tempo stesso fornire gli strumenti di conoscenza al decisore pubblico affinchè trasformi una buona legge in una legge perfetta e realmente utile al sostegno ed alla promozione della filiera della gloriosa canapa italiana con la regolamentazione della produzione e commercializzazione delle infiorescenze.

Sta ora alle Istituzioni cogliere quanto da noi messo in evidenza e generato: un prodotto finora trascurato dalla legge ma che ha riscontrato un successo clamoroso, un prodotto ad altissimo valore economico in grado di sostenere l’intera filiera agricola e permettere il rapido sviluppo competitivo che ci metterebbe al pari dei principali competitor europei, l’interessamento ed il sostegno di tutte le associazioni agricole di categoria, le regole necessarie per controllare un fenomeno impetuoso, gli allarmi circa gli abusi possibili attraverso la messa in commercio di prodotti illeciti ed illegali provenienti da Paesi confinanti e con una legislazione incompatibile con quella italiana.

E qui dovrebbe concludersi l’esperienza di EasyJoint.

Con l’auspicabile accettazione pubblica del mercato delle infiorescenze essendo noi un progetto politico prima che agricolo, culturale prima che commerciale, verrebbe meno l’essenza stessa del nostro progetto.

Per concludere, tra i tanti riferimenti e suggestioni culturali che abbiamo seminato qua e là nell’elaborazione del progetto, mi permetto di segnalarvene uno, nel quarantennale della sua nascita.

Il punk e la sua più dirompente rappresentazione scenica che furono i Sex Pistols. Progetto musicale l’uno e agricolo il nostro costruito esclusivamente a tavolino. In modo freddo, chirurgico. Proprio questo era il loro scopo: rappresentare un’alterità irriducibile e scomoda rispetto a qualunque forma di convenzione sociale e culturale, anche a costo dell’annientamento personale. Lo scopo è sovvertire le regole e le percezioni fino a quel momento dominanti attraverso una forte presenza scenica catalizzante. Il No Future dei Sex Pistols è la nostra idea di progetto a termine, la presenza di una fine, non necessariamente positiva è elemento essenziale dal momento stesso in cui si concepisce il progetto.

L’essere ossessivamente iconoclasti e far di tutto per non sembrare nemmeno simpatici. Essendo tutto programmato e freddamente stabilito in origine, il livello di artificio è massimo. Nessun sentimentalismo né amore se non per lo strumento che ci siamo inventati per raggiungere un obiettivo che non è né sarà da noi fruibile: la regolamentazione del mercato delle infiorescenze di canapa agricola. Un obiettivo per l’intera filiera che sembrava impossibile da raggiungere se non addirittura da concepire fino all’11 maggio 2017.

 

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