Perché la droga dovrebbe essere legale.

Il fallimento della guerra alla droga.

Per spiegare perché è giusto legalizzare la cannabis e in generale decriminalizzare tutte le droghe, bisogna capire anche il perché, in primo luogo, queste sostanze sono diventate illegali.

La cannabis è stata utilizzata con scopi medici o spirituali per secoli e il fatto che sia illegale è un’anomalia storica piuttosto che la regola.

Come mai dunque droghe come la marijuana, la coca o l’eroina ad un certo punto sono diventati illegali e altre no?

Il proibizionismo in America

Per capirlo è utile prestare attenzione ai fatti d’America; lì infatti, alle posizioni dure e di chiusura di fine Ottocento, si sono alternate, in tempi più recenti, azioni volte alla legalizzazione, così che gli Usa si sono aggiudicati, nel bene e nel male, un ruolo da capofila nel tema della politica sulle droghe.

Fin dall’inizio, la messa al bando di tali sostanze non era associato tanto alle dimostrazioni scientifiche della loro pericolosità, quanto piuttosto alle classi sociali e ai gruppi etnici con le quali erano associate.

Verso la fine dell’Ottocento, in America, vennero promosse le prime leggi contro l’oppio che prendevano di mira gli immigrati cinesi, rendendo più facile fermarli, perquisirli, arrestarli.

È stato poi il turno dei neri del sud che utilizzavano cocaina, con i giornali dell’epoca che scrivevano cose come “Negri resi pazzi dalla droga assediano una città” e via dicendo.

Poi sono arrivati i messicani. La canapa (fino allora tranquillamente coltivata nelle praterie americane) ha iniziato a essere chiamata con la parola spagnola “marijuana” e resa illegale, rendendo diretta l’associazione con gli immigrati che era così più facile perquisire, cacciare e stigmatizzare.

Nixon dichiara la guerra alla droga

Nel 1971 il presidente Nixon dichiarò ufficialmente la guerra alla droga.
Già dagli anni Sessanta le droghe erano diventate un simbolo di ribellione giovanile e dissenso politico.
John Ehrlichman, uno stretto collaboratore di Nixon, dichiarò in seguito: “Durante la campagna del 1968 e poi successivamente quando era alla Casa Bianca, Nixon aveva principalmente due nemici: le persone di sinistra contro la guerra e i neri. Capisci quello che sto dicendo. Sapevamo di non poter rendere illegale il fatto di essere contro la guerra o di essere neri, ma potevamo far si che il pubblico associasse gli hippy alla marijuana e i neri con l’eroina e criminalizzando quelle sostanze avremmo potuto distruggere quelle due comunità. Potemmo arrestare i loro leader, perquisire le loro case, irrompere alle loro riunioni e diffamarli giorno dopo giorno nei notiziari serali. Sapevamo di mentire a proposito delle droghe? Certo.”

La presidenza di Ronald Reagan marca l’inizio di un periodo di tolleranza zero: aumentarono esponenzialmente il numero di incarcerazioni soprattutto di tossicodipendenti e piccoli spacciatori; vennero eliminati programmi e iniziative per la riduzione del danno delle tossicodipendenze (come il facile accesso alle siringhe per contrastare la diffusione dell’HIV/AIDS); venne adottato il D.A.R.E., un programma educativo di prevenzione all’uso di droga ideato dal capo della polizia di Los Angeles Daryl Gates, per il quale “gli utilizzatori occasionali di droghe dovrebbero essere fucilati” (il programma è stato più volte dichiarato inefficace).

L’isteria nei confronti delle droghe aumentò durante gli anni Ottanta: nel 1985 le droghe erano il “problema numero uno” per il 2-6% della popolazione, ma già nel 1989 (l’ultimo anno della presidenza di Reagan) la percentuale crebbe al 64%. Poi i media persero interesse sulla questione e già l’anno seguente i sondaggi precipitarono al 10%, mentre continuava ad aumentare il numero di arresti e incarcerazioni.

La guerra alla droga in Italia

L’Italia di Craxi seguì a ruota gli Stati Uniti: la guerra alla droga venne fatta attaccando non solo il fronte dell’offerta ma anche quello della domanda. Vennero così presi di mira non solo i trafficanti e gli spacciatori, ma anche i consumatori.

I drogati vennero privati di alcuni diritti (non potevano ottenere la patente, né borse di studio, né abitazioni di edilizia pubblica), vennero esclusi da una serie di professioni e attività, vennero sottoposti a forti pene pecuniarie.

Se da una parte un’Italia laica e liberal, cha aveva da poco conquistato la depenalizzazione dei reati di adulterio e di aborto (fino ad allora considerati comportamenti deviati), riconosceva in una politica di questo tipo una forma di emarginazione, ghettizzazione e razzismo, dall’altra, gran parte dell’opinione pubblica moderata ritrovava in queste iniziative lo specchio dei propri umori e della propria insofferenza: se ci fossero meno malati, poveri, drogati, neri etc. tutti noi vivremmo più tranquilli e i nostri conti probabilmente non sarebbero in rosso.

Una delle iniziative più dure nell’ambito della legislazione sugli stupefacenti in Italia è stata la legge Fini-Giovanardi del 2006 attraverso la quale venne eliminata la distinzione tra droghe pesanti e droghe leggere, vennero inasprite le condanne e la quantità massima per uso personale di cannabis venne fissata a 5 grammi.

A causa della sua asprezza, la legge Fini-Giovanardi è considerata da molti una delle principali cause del sovraffollamento delle carceri italiane, poiché anche un piccolo spacciatore di marijuana rischiava di rimanere in carcere dai 6 ai 20 anni.

La Fini-Giovanardi venne dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale, non tanto per i contenuti, ma per il modo in cui era stata approvata. Gli interventi legislativi attuati per riempire i buchi lasciati dall’abrogazione della Fini-Giovanardi hanno lo scopo di evitare la misura carceraria per i fatti di minore entità, ma sono ancora ben lontane dal portare i risultati che si sperava di ottenere con la guerra alla droga: diminuire il crimine, aumentare la salute pubblica e favorire lo sviluppo economico e sociale.

Valutare i risultati dalla giusta prospettiva

Fino ad ora, i metodi e le strategie utilizzati nel corso della guerra alla droga si sono basati essenzialmente sul proibizionismo e sulla repressione e i risultati raggiunti sono stati misurati attraverso il numero e il calibro delle persone arrestate, il numero di processi giudiziari, la severità della pena comminata e i quantitativi di sostanza stupefacente sequestrata

Ma questi parametri non sono significativi nel valutare l’efficacia delle politiche sulle droghe nel combattere la criminalità organizzata e favorire la salute pubblica.

Sugli obiettivi mancati della guerra alla droga si sofferma anche il rapporto della Global Commission on Drug Policy il cui incipit dichiara, in modo chiaro ed incisivo, che “La guerra alla droga è fallita”.
“Le politiche sulla droga devono basarsi sui principi dei diritti umani e della salute pubblica. Dobbiamo porre un termine alla stigmatizzazione e all’emarginazione delle persone che usano certe droghe e di quelli che restano coinvolti nei livelli più bassi della coltivazione, della produzione e della distribuzione, e trattare le persone tossicodipendenti come pazienti, non come criminali.”

Il rapporto raccomanda di “terminare con la criminalizzazione, l’emarginazione e la stigmatizzazione delle persone che fanno uso di droghe ma che non fanno alcun male agli altri. Sfidare i luoghi comuni sbagliati, circa i mercati della droga, l’uso di droga e la tossicodipendenza, invece di rafforzarli.”

I veri risultati della guerra alla droga

Oltre alle motivazioni di carattere morale/filosofico per cui la guerra alla droga dovrebbe finire, ve ne sono altre concrete e oggettive, basate sui dati e sulle conclusioni che si posso trarre sui risultati degli ultimi quarant’anni di guerra.

1. La guerra alla droga non ha portato alla riduzione del consumo e dell’offerta di nessuna sostanza. Dal 1998 al 2008 il consumo di marijuana è aumentato dell’8,5%, quello di cocaina del 27% e quello degli oppiacei del 34,5%. Oggi l’Italia è il terzo paese europeo per il consumo di cannabis, utilizzata da 6,2 milioni di persone (quindi in pratica dovrebbe andare in carcere 1 italiano su 10).

2. Il proibizionismo è l’Eldorado delle Mafie e delle organizzazioni criminali. Già negli anni Settanta il Premio Nobel per l’economia Milton Friedman aveva fatto notare che diminuire forzatamente l’offerta di una sostanza non porta conseguentemente al calo della domanda, bensì ad un aumento dei prezzi e quindi delle entrate delle organizzazioni criminali.
Paradossalmente oggi, per evitare di essere trovati con un’elevata quantità di marijuana in casa, conviene dare i propri soldi e comprarne piccole quantità dallo spacciatore, piuttosto che coltivarla.
La Relazione del Dipartimento delle Politiche Antidroga ci dice che il mercato di sostanze costituisce il 75% delle attività illegali, con un introito di quasi 15 miliardi di euro che finiscono nelle tasche delle organizzazioni criminali. Di questa somma il 28% proviene dal mercato della cannabis (circa 4 miliardi di euro).

3. I costi della guerra alla droga superano i benefici. Dal 2008 al 2013 sono stati spesi circa 180 milioni all’anno per il sequestro di sostanze illecite, di cui il 95% erano cannabinoidi. Le forze dell’ordine dunque sono impegnate in maniera massiccia e con ingenti somme di denaro nella ricerca di una sostanza che in quanto ad impatto sulla salute ha effetti negativi minori rispetto a sostanze legali (alcol e tabacco) e che ormai molti stati del mondo hanno deciso di legalizzare.
Il mercato illegale di sostanze stupefacenti poi è ormai un mercato globale e ha una grandissima capacità di riadattarsi e ridislocarsi: gli sforzi per smantellare un cartello locale vengono subito vanificati dallo spostamento della produzione e dei traffici nei territori limitrofi.

4. Fare uscire dalle carceri sovraffollate detenuti che potrebbero essere recuperati con altri metodi. Ad oggi, nelle carceri italiane il sovraffollamento è pari al 119,8%, tasso che in alcuni istituti detentivi arriva al 200%; nel 30% delle carceri sono state riscontrate celle dove non è rispettato il parametro minimo dei 3 mq per detenuto, al di sotto del quale si configura per la giurisprudenza europea il trattamento inumano e degradante.
In uno studio dei primi anni duemila si metteva in evidenza che in Italia i detenuti per reati legati alla tossicodipendenza erano oltre 20 mila, e che il costo di mantenimento annuo ammontava a circa 50 mila euro per ciascuno. I costi totali di law enforcement, inclusivi delle spese relative alle forze di polizia, della magistratura e delle spese carcerarie, ammontano a circa 2 miliardi di euro all’anno per lo Stato.
Queste risorse, insieme agli introiti generati da un eventuale legalizzazione, potrebbero essere meglio investiti in programmi di informazione e prevenzione, cure sanitarie e recupero delle persone tossicodipendenti piuttosto che per la loro incarcerazione. Le ricerche mostrano che 1 dollaro investito nel settore delle comunità di recupero porta a un risparmio di 10 dollari in termini di costi sanitari.

5. La guerra alla droga è anche guerra alla ricerca. Oggi sono molti gli studi che indagano gli effetti benefici di alcune droghe nel trattare specifiche patologie, specialmente la cannabis. Il proibizionismo però rende difficile ai laboratori avere accesso a questa sostanza e ottenere i permessi per condurre ricerche e sperimentazioni sui pazienti.
In Italia, inoltre, nel 2018, il Ministero della Salute ha autorizzato la produzione di 500 chili di cannabis terapeutica. Tuttavia, si tratta di una quantità insufficiente per sopperire alle richieste dei pazienti che sulla carta ne hanno diritto, privando i pazienti della cura di cui hanno bisogno. Con qualsiasi altro farmaco sarebbe impensabile.

6. Chi assume droghe non è per forza un tossicodipendente. Nel libro Chasing the Scream: The First and Last Days of the War on Drugs, il giornalista Johann Hari suggerisce di rivedere del tutto i motivi che spingono le persone ad assume droga, e i rimedi per farle smettere.
Hari suggerisce di adottare una visione diversa, e piuttosto azzardata, per interpretare il problema della tossicodipendenza: cioè che “le persone che prendono droghe – e sono la stragrande maggioranza – lo fanno perché ne ricavano un bene. Non esiste una cosa come l’uso responsabile della droga, perché questo costituisce la norma, non l’eccezione.” Hari riporta un dato fornito dall’Ufficio per il controllo delle droghe dell’Onu secondo il quale solo il 10% di chi fa uso di droga ha problemi con la sostanza, il restante 90% no.
L’uso di allucinogeni fa parte della cultura e delle tradizioni delle civiltà di tutto il mondo in tutte le epoche. Per dirla con le parole del professor Andrew Weil, citato nel libro, “l’ubiquità dell’uso di droghe [nella storia] è così notevole che deve rappresentare un appetito umano basilare”. Per uso di droghe si intende anche un consumo moderato di alcol.
Hari prosegue riportando i risultati di studi che sostengono che la droga crea dipendenza quando assunta da personalità a rischio, perché aiuta a sopportare un dolore che non si riesce a superare.
Nel noto esperimento del “Rat Park”, a due topi, in due contesti diversi, viene somministrata della morfina. Il primo è il classico topo in gabbia e gli viene lasciata, in un flacone, una quantità giornaliera di droga. Il secondo, invece, è in un paradiso per topi, il Rat Park, provvisto di giochi, cibo, forme di svago e altri topi con cui intrattenere rapporti sociali e sessuali. Anche nel Rat Park c’è un flacone di morfina somministrata giornalmente. Il topo da solo, si attacca al flacone e lo esaurisce in poco tempo e sviluppa una dipendenza da stupefacenti. I topi del Rat Park, dopo un entusiasmo iniziale, abbandonano il flacone. Alcuni ritornano, ogni tanto, ad assumerne piccole quantità. Altri nemmeno quello.
Una conclusione simile l’ha avuta anche un “esperimento” condotto sugli esseri umani: durante la Guerra del Vietnam il 20% dei soldati Usa era dipendente dall’eroina. Un dato incredibile, dal momento che voleva dire che c’erano più drogati in Vietnam che in tutti gli Usa. Al momento del loro rientro a casa, si temevano scenari apocalittici di dipendenza, ma in realtà il 95% dei soldati in un anno smise e del restante 5% molti assumevano eroina anche prima di partire.
La conclusione è che il contesto cambia tutto e “la dipendenza non sta in ciò che ingerisci o ti inietti. Ma nel dolore che c’è nella tua testa.”
Sebbene arrivare a negare la dipendenza come proprietà intrinseca della sostanza sia una scelta audace, la proposta di Hari è interessante: tener conto della situazione emotiva, sentimentale ed esistenziale che ha spinto il tossicodipendente a rivolgersi alle droghe come soluzione.

 

Quello della legalizzazione è un tema complesso e per uomini di buona volontà può essere difficile, dal punto di vista morale, riconoscere come lecito il frutto proibito.
Per fortuna non abbiamo bisogno di risolvere l’aspetto etico per guardare ai fatti ed essere d’accordo sul piano politico. Il proibizionismo è un tentativo di soluzione che rende le cose peggiori sia per il tossicodipendente che per la società e sarebbe un bene per tutti se la guerra alla droga finisse.

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