Quella volta che il Messico legalizzò la marijuana

Il Messico vuole legalizzare la marijuana, ancora. Ce la farà questa volta?

Qualche giorno fa il Messico è mancato all’appuntamento con la legalizzazione.
Il Senato avrebbe dovuto presentare alla Corte Suprema entro fine ottobre una proposta di legge per legalizzare e regolamentare la marijuana, ma all’ultimo momento ha chiesto una proroga.

Secondo alcuni, il ritardo sarebbe dovuto all’influenza delle lobby che vorrebbero trarre vantaggi dall’apertura del mercato messicano. La proposta di legge infatti vuole favorire soprattutto la coltivazione da parte dei piccoli agricoltori e delle popolazioni indigene; come faranno le grandi aziende a prendersi un pezzo di torta dunque?

Ma facciamo un passo indietro e andiamo a vedere qual è stata la storia della marijuana in questo paese. Questa infatti non è la prima volta che in Messico la marijuana è legale.

La marijuana in Messico

Nei primi decenni del XX secolo, gli Stati Uniti adottarono una posizione durissima nei confronti degli stupefacenti e ingaggiarono una vera e propria Guerra alla Droga. Il Messico, uno dei principali paesi da cui arrivavano le sostanze illegali, fu il primo paese in cui gli statunitensi esportarono il loro approccio punitivo, con l’intenzione di debellare il problema interno con un sistema di “control at source”.

Nonostante in Messico le leggi che proibivano l’uso e la vendita di narcotici fossero vicine alla visione americana, nel corso del Novecento l’atteggiamento dell’opinione pubblica e della politica si aprì lentamente ad una visione più moderata e moderna del problema della tossicodipendenza.

A cavallo tra il XIX e il XX secolo in Messico la marijuana era negativamente associata agli strati più bassi della popolazione, ai delinquenti e agli emarginati ed era additata come una sostanza che spingeva la gente alla pazzia e alla violenza. Con l’affermarsi delle teorie Darwiniane si fece l’argo anche l’idea che l’uso della marijuana (come anche la prostituzione, l’alcolismo e altri vizi) portassero alla degenerazione della specie.

Negli anni Venti però la Rivoluzione portò ad un cambiamento da parte della classe dirigente. Tra le fila dell’esercito si fumava marijuana e tra i militari non c’erano solo i poveri e i disperati, ma anche i letterati, i filosofi, i borghesi, le élite che avevano letto Baudelaire e le sue poesie ispirate dall’hascisc.

Salazar Viniegra e il successo del 1940

Intanto un gruppo di psichiatri attaccava le teorie sulla degenerazione della specie e affermava che i medici non dovevano farsi influenzare da vecchi pregiudizi, ma al contrario utilizzare l’antropologia e la sociologia per capire le cause sociali e culturali delle malattie.

Il dottor Salazar Viniegra era uno dei portavoce di questo cambiamento di prospettiva. Grazie a lui il 5 gennaio 1940 il presidente messicano Cárdenas approvò una legge che, con un decisivo cambiamento di rotta, trattava la tossicodipendenza come una malattia piuttosto che come un crimine.

Meno di un mese dopo, l’acquisto e la vendita di piccole quantità di marijuna, cocaina ed eroina vennero effettivamente depenalizzati, la polizia ridusse drasticamente il numero di arresti di piccoli spacciatori, vennero aperti numerosi ambulatori per i tossicodipendenti e dispensari a Città del Messico.

Medici e giornalisti riconobbero il successo dell’operazione: “Attrarre il tossicodipendente, piuttosto che perseguitarlo, registrarlo e sottoporlo a cure mediche e psicologiche, costituirà un mezzo fondamentale per combattere la tossicodipendenza.”

Viniegra d’altra parte era un esperto nel trattamento dei tossicodipendenti in quanto direttore dell’Ospedale per le tossicodipendenze di Città del Messico dal 1938. In quegli anni pubblicò numerosi studi e interviste in cui non solo criticava il proibizionismo e le sue conseguenze, ma dava anche suggerimenti per creare un sistema alternativo di lotta alla tossicodipendenza.

Fondamentalmente il discorso di Viniegra si basava su tre punti.
Per prima cosa affermò che la pericolosità della marijuana era altamente sopravvalutata. Nel suo articolo “Il mito della Marijuana” mise in discussione alcuni studi condotti su questa sostanza sottolineandone gli errori e le distorsioni dei dati e presentando i propri risultati, ottenuti dopo sette anni di ricerche: selvagge allucinazioni, violenza gratuita e crimini efferati non erano certo la conseguenza diretta dell’uso di marijuana la quale al massimo poteva essere causa di secchezza in bocca, arrossamento agli occhi e un po’ di appetito.

In secondo luogo affermò che non esisteva un legame intrinseco tra marijuana e crimine. I prezzi alti delle sostanze erano il principale motivo per cui i tossicodipendenti commettevano piccoli reati per acquistare il prodotto.
Da notare che in precedenza proprio l’inasprimento delle politiche proibizioniste e la dilagante corruzione all’interno dei confini messicani avevano fatto aumentare i prezzi creando le condizioni per l’ascesa dei grandi cartelli della droga.

In terzo luogo sostenne che il Messico avrebbe dovuto legalizzare i narcotici e instituire un monopolio governativo per la distribuzione della droga, tagliando così fuori i criminali dal mercato e fornendo ai tossicodipendenti la dose di mantenimento a prezzi bassi.

Viniegra promosse anche una campagna di informazione sulle sostanze pericolose (specialmente l’alcol) e si lanciò in una critica aperta contro le politiche punitive e inefficaci americane.
Le autorità del Dipartimento di salute pubblica sostennero le sue proposte e vennero aperte le prime cliniche.

Gli americani non ci stanno

La reazione americana fu immediata e violentissima. Anslinger, il capo del Federal Bureau of Narcotics, disse che i drogati erano “criminal first and addicted afterwards”.
La pressione di Anslinger non si limitò alle parole. In poco tempo riuscì a imporre un embargo statunitense per l’esportazione di morfina e cocaina verso il Messico (commerciate solo per scopi medici). L’embargo, insieme all’impossibilità di importare queste sostanze dall’Europa a causa della Seconda Guerra Mondiale che era in corso, resero insostenibile il progetto di Viniegra: era impossibile per lo Stato messicano mantenere basso il prezzo senza la possibilità di importare quelle sostanze.

Nel corso della storia la politica messicana è spesso stata soggetta ad ingerenze da parte degli USA. Anslinger lanciò anche una campagna per screditare personalmente Viniegra, definì il suo progetto “inverosimile e amorale” e insistette sul fatto che la tossicodipendenza non fosse una malattia da curare ma un male da estirpare.
Viniegra fu sommerso dalle critiche da parte di Anslinger e da parte della classe dirigente messicana vicina alle istanze statunitensi, tanto che pochi mesi dopo (nel giugno di quello stesso anno) le attività messe in piedi da Viniegra furono smantellate e si ritornò ad una politica di forte repressione.

La parentesi Viniegra è stata troppo breve per dire quali sarebbero stati i risultati delle proposte messe in atto; quel che è certo è che grazie alle sue iniziative in poco tempo il Dipartimento di Salute Pubblica di Città del Messico riuscì a porre sotto le cure governative più di 700 tossicodipendenti dei 4.000 che abitavano la capitale.

Nel corso del restate Novecento il Messico ha vissuto un inasprimento della Guerra alla Droga, con interventi sempre più massicci e militarizzati da parte degli Stati Uniti, che hanno speso enormi somme di denaro per appariscenti operazioni di confine i cui risultati non sono valsi certo la spesa. Durante questo periodo il Messico assistette anche alla crescita dei potenti cartelli del narcotraffico impegnati in guerre violentissime per il controllo dei mercati della droga.

E ora?

Il 31 ottobre 2018 la Corte Suprema messicana ha dichiarato anticostituzionale il divieto di utilizzare la cannabis per scopi ricreativi, per la quinta volta.
Secondo l’impianto normativo messicano, quando la Corte Suprema dichiara incostituzionale una legge per 5 volte la posizione diventa un precedente, quindi in pratica i tribunali messicani non possono più condannare i cittadini per la coltivazione e il consumo di cannabis per scopi ricreativi.
Il Governo messicano a quel punto si era impegnato a proporre una legge per legalizzare e regolamentare il mercato di cannabis entro la fine di ottobre 2019, ma la scadenza è stata posticipata.

La volontà da parte del Governo di arrivare ad una proposta di legge comunque sembra forte; per Marcelo Ebrard, Ministro degli Esteri messicano, la legalizzazione è un mezzo per ridurre la violenza generata da una Guerra alla Droga che non funziona. Basti pensare che dal 2006, quando il governo messicano ha schierato il proprio esercito contro i cartelli della droga, oltre 200.000 persone sono state uccise, tra cui il record di 28.702 morti nel 2017 e 37.000 dispersi. Il proibizionismo “porta a spendere una quantità enorme di denaro, provoca sofferenza per molte persone e non ha senso.”

Il Messico si trova ora ad affrontare una grande sfida: legalizzare la marijuana per uscire da un’insensata Guerra alla Droga, regolamentare il mercato per combattere i narcotrafficanti, mantenere i prezzi bassi per contrastare il traffico illegale ma allo stesso tempo favorire i piccoli produttori a discapito delle grandi aziende straniere in grado di produrre grandi quantità di prodotto a costi contenuti.

Cosa portiamo a casa

L’esempio di Viniegra ci insegna che il confronto tra proibizionisti e anti-proibizionisti è soprattutto un confronto culturale la cui arma più potente sono i giochi di forza e la comunicazione. La voce di Viniegra non era fuori dal coro, un unicum nel panorama contemporaneo. Negli anni Quaranta parte della popolazione e della classe dirigente appoggiava già le sue proposte e in tutto il mondo una parte della società si interrogava sull’efficacia di una politica proibizionista (come per esempio nel Report sulla cannabis commissionato nel 1938 dal sindaco di New York Fiorello La Guardia).
Ma la propaganda di Anslinger e la capacità degli Stati Uniti di fare pressione diplomatica e commerciale sugli altri paesi hanno fatto da padroni, dettando le strategie della Guerra alla Droga per tutta quella parte di mondo sotto l’influenza statunitense.

Non dobbiamo quindi pensare che a questo punto, visti i cambiamenti di rotta di molti paesi, la Storia stia andando per forza verso la modernità e la legalizzazione, verso approcci più sensati al problema della tossicodipendenza. Non dobbiamo dare per scontati i grandi progressi ottenuti sul fronte della legalizzazione, dare per scontata la libertà con cui ora se ne parla, o dare per scontato che i passi si possono fare solo avanti.

Basti pensare anche solo alla difficoltà che stiamo avendo in Italia a regolamentare e legalizzare il mercato di cannabis light e all’ignoranza che si riscontra (soprattutto da parte dei politici) nei discorsi che si sentono fare sulla cannabis, la tossicodipendenza e la droga in generale.

Il mondo non ha improvvisamente aperto gli occhi sulla droga, non è solo questione di tempo prima che i governi di tutto il mondo ricevano l’illuminazione.
Le informazioni, gli studi, i Report, le voci autorevoli a favore della legalizzazione ci sono sempre stati; la sfida, ora come allora, è la comunicazione, far capire a tutti l’inefficacia di contrastare la tossicodipendenza con l’utopia di vietare l’uso di droghe ed elaborare un’alternativa al proibizionismo.

Leggi anche: Perché la droga dovrebbe essere legale.

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